Il 2026 è l’anno dei pastori, “eroi” verdi del Pianeta
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L’ONU riconosce il ruolo cruciale di pascoli e allevatori nomadi per biodiversità, suolo fertile e lotta al cambiamento climatico. Un trionfo per tante tradizioni nel mondo, tra cui quella sarda.

Il 2026 sarà un anno speciale per chi porta le greggi sui pascoli: le Nazioni Unite hanno proclamato l’Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori, un riconoscimento globale al ruolo fondamentale di questi ecosistemi e delle comunità che li custodiscono.
Coprendo quasi metà della terra emersa, i pascoli non sono terreni “vuoti” o degradati come spesso si pensa, ma vere e proprie fabbriche verdi: immagazzinano il 30% del carbonio organico globale nel suolo, preservano la biodiversità e sostengono 500 milioni di persone che dipendono dal pastoralismo per cibo e reddito.
Dopo anni di pregiudizi, il 2026 riconosce il valore di pastori nomadi, transumanti e allevatori che con le loro mandrie mantengono suoli fertili e paesaggi vitali.
Ma perché l'attenzione mondiale è arrivata proprio ora? I pascoli sono in pericolo: siccità, inondazioni, degrado del suolo, malattie animali e usi concorrenti del territorio stanno spingendo al limite questa pratica millenaria. Eppure la scienza sta riscrivendo la narrazione: il pascolo mobile, con greggi che si spostano secondo stagioni e risorse, previene l’erosione, arricchisce il suolo con letame naturale, favorisce la rigenerazione di prati e arbusti. In Mongolia, Africa orientale e Alpi, alcuni studi dimostrano che dove i pastori gestiscono i pascoli, la biodiversità è più ricca e il carbonio stoccato nel terreno è doppio rispetto a terreni intensivi o abbandonati.
Anche per la Sardegna, dove pecore e capre sono protagoniste da millenni, questo riconoscimento è una vittoria importante. Come avevamo raccontato nel nostro articolo, il pascolo controllato contrasta il disboscamento spontaneo, riduce biomassa infiammabile e crea paesaggi mosaicati ricchi di biodiversità nell’Isola.
Il riconoscimento dell’ONU arriva in un momento cruciale: mentre l’agricoltura intensiva domina il dibattito, i pascoli mostrano un’alternativa mobile, adattiva, biodiversa. E in questo contesto, i pastori non sono visti come dei fantasmi del passato, ma custodi del futuro: con le loro greggi tengono vivi suoli, specie e culture che il clima sta mettendo alla prova.
Nel 2026, il mondo guarda a loro. E la Sardegna può rispondere con orgoglio.


